Il mondo non basta

Il mondo non basta
"...Se non bastasse...se non bastasse ogni singola goccia di carburante esistente per portarti in ogni anfratto del nostro pianeta???...e se nemmeno bastassero dieci o cento vite per raggiungere ogni orizzonte???....Non lo so ancora, so solo che non basta il mondo intero per riempire un uomo..."

giovedì 24 marzo 2011

Le difficoltà di viaggiare nel tempo: l'anamnesi.

"Anamnesi di un pensiero"
Come sempre accade quando c'è di mezzo un momento di felicità e spensieratezza per la fine della sessione d'esami, ritorna prepotentemente sulla scena l'immenso ingranaggio UNIFI che mai si ferma e mai si riposa, con il suo carico esorbitante di impegni. Guardo l'orario a fine febbraio. Aiutatemi a dire "aiuto". Non c'è scampo né di mattina né di pomeriggio: si comincia con le lezioni, se riesci a mangiare decentemente sei ufficialmente candidato per fare il fantastico 4, altre lezioni/dormite pomeridiane. "Attraverso quale razza di microscopio dovrò guardare questa volta?". Non era proprio il massimo della gioia ritrovarsi tutti al CEP come ai vecchi tempi del primo anno. Passano le prime ore. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Come per magia comincia una materia nuova: semeiotica. Vediamo un po' cosa fanno uscire dal cilindro. L'occhio era già calante, ma resisto. La materia tratta i "segni" (dal greco semèion) e i sintomi clinici. EUREKA!! Si intravede l'essere umano. Non ce l'ho con te cellula, ma la tua presunzione di perfezione e completezza stava cominciando a stancarmi. L'occhio sembra riprendersi dal suo assopimento, la testa non si appoggia più e l'orecchio non si perde una parola. Un successo! La materia mi affascina e la definisco subito nella mia testa come "la materia che andrebbe insegnata prima di tutte". Scherziamo? Faccio medicina e per due anni abbondanti esiste solo il carbonio! Finalmente, nell'escalation di "oggetti di studio" siamo arrivati al "paziente", anche se la pazienza è stata tutta nostra fino ad ora. Entra in gioco qualche termine. "Sintomo", "segno" sono tutte cose abbastanza intuitive. "Lei" invece fa la sua comparsa in maniera improvvisa ma si vede subito che non è un argomento come gli altri. Si presenta: "piacere, io sono l'Anamnesi". Faccio come al solito il classicista-nerd e cerco con l'Iphone l'etimologia: Anàmnesis in greco significa "ricordo". Il nome ha una musicalità che mi fa impazzire e in un paio di giorni l'argomento si esaurisce. Consiste in pratica in una serie di domande a cui il paziente risponde riguardo alla sua "storia fisica". Dalla nascita, all'allattamento fino al "che ci fa qui in ospedale?". Tutto facile. Sono le coordinate base dell'approccio medico-paziente. Io parlo, lui risponde. "Sei ore di lezione per dire questa roba? se ci fossi io alla cattedra ce ne metterei mezza" tipica frase da studente scorbutico anchilosato dal maledetto seggiolino. Mi ricredo alla svelta. L'atmosfera non è da tipica lezione "cellulare". Avverto che le informazioni che sto ricevendo sono di un livello superiore e il senso di responsabilità cresce dentro di me. Nel mio film mentale immagino tutti gli studenti in aula vestiti da soldati, il generale alla cattedra durante l'arringa finale e la guerra imminente. Ovviamente sono pazzo, lo so. Ma riflettete, sono cambiati i giochi. Il giocattolino su cui infierire non è più la solita "pallina microscopica stressata". Stavolta è l'uomo. Sobbalzo. Non ci avevo riflettuto da questa prospettiva. Finito il tempo delle arringhe, sopraggiunge prima o poi anche il tempo di agire: ora c'è "la missione". Quel poco che ci era stato comunicato dal docente/tenente doveva essere messo in pratica durante i turni del pomeriggio. Ecco il "giorno x". Saliamo a gruppetti nel reparto fieri dei nostri camici bianchi. Dopo un rapido discorso introduttivo, la dottoressa del reparto non è intenzionata a perdersi in chiacchiere, bisogna agire. Ci viene assegnato subito il compito: si raccoglie l'anamnesi. Entriamo in una stanza e ci attende una signora anziana alla quale chiediamo gentilmente il permesso di porle delle domande per esercitazione. I più intraprendenti cominciano a raffica, ben intenzionati a riempire le tabelle di dati riguardanti la signora. Io sono un soldato rinunciatario e mi sistemo in un angolo ad osservare. La signora viene invitata a parlare della propria famiglia, obbedisce e racconta. Inizia il racconto quasi sottovoce, tanto che la figura dei sordi la facciamo noi, lo sguardo cala verso il basso. Il racconto non è per niente felice e la signora si fa subito ermetica. Ci troviamo di fronte alla spietatezza della nostra lista di domande e l'entusiasmo dell'indossare il camice si tramuta subito in serietà. Forse soggezione. Si delinea un quadro familiare di predisposizione ad un tumore. In pochi anni le aveva portato via padre e fratello in giovane età lungo il corso della sua vita. "ma i miei figli non hanno niente eh! loro niente" esclama, "come se volesse proteggerli da questa sciagura" penso io, mentre annotavamo affaccendati quasi per distogliere gli occhi della mente da un'immagine terribile. Il racconto prosegue con la vita personale, ci parla delle difficoltà incontrate nell'arco della sua vita, della morte prematura del padre, della frattura di una gamba curata male e mai tornata come prima, di non aver potuto studiare, della morte di un figlio appena nato, della nascita di un altro figlio. Il medico passa al setaccio le informazioni clinicamente utili, ma il paziente continua a parlare, svuotando il proprio fardello, sempre più pieno, sempre più pesante. Incomincio a perdere l'orientamento. Di chi era la missione da compiere? Mia o sua? o di entrambi? L'anamnesi si conclude con le cause del ricovero: la signora afferma di avere avuto dolori intensi nella stessa sede anatomica predisposta all'insorgenza dei tumori familiari. Parla velocemente, scuote la testa, quasi a scacciare ogni possibile dubbio o insinuazione. La difficoltà delle sue risposte è impressionante. Fra di noi scende un silenzio mascherato da consultazione sull'avanzamento dell'intervista, ma quell'insinuazione non ci lascia riflettere. Dopo poco infatti lasciamo il campo. E' stata un po' dura. L'interesse e l'entusiasmo delle ore di lezione si sono scontrati con la realtà, quella imprevedibile, quella dove c'è di mezzo una dignità da difendere. La nostra missione non è mai esistita di per sé. La sua sì.




6 commenti:

  1. Bellissimo post...Grazie per aver condiviso le tue riflessioni!

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  2. Bello, sì e soprattutto vero.
    Io sono un ormai vecchio medico nucleare cioè un medico diagnosta “tecnologico”, di quelli che hanno poco contatto con il paz. , che lo vedono transitare come portatore di un “quesito clinico”.
    Le note di Giovanni Battista hanno suscitato in me ricordi, emozioni e riflessioni. Dall’alto, o meglio dal lontano dei miei oltre 30 anni di professione mi sento di aggiungere alcune note.

    Dopo oltre 30 anni uno dei libri che maggiormente ancora consulto è l’atlante di anatomia.

    Non sono in grado di interpretare le mie indagini diagnostiche e di formulare una interpretazione del fenomeno che studio senza sapere cosa fa la solita "pallina microscopica stressata".

    Per il mio lavoro nella realtà di tutti i giorni i dati che trovo nelle cartelle cliniche, nelle relazioni dei Curanti, nei referti delle indagini precedenti sono essenziali; altrettanto essenziali sono/sarebbero i dubbi ed i sospetti dei colleghi, che però non vengono quasi mai esplicitati se non in corso di rare telefonate assolutamente informali del tipo: “… sarà, ma a me questo mi puzza di…”.

    La mezza giornata settimanale che passo in ambulatorio è uno dei momenti più preziosi del mio lavoro. In quella sede resto ancorata alla realtà e mi rendo conto dell’influenza che la vita ha sullo stato di salute dei pazienti: non è raro ricondurre un imprevisto peggioramento della malattia o dello stato clinico a problemi familiari del paz. o di un suo caro. Impagabile è per me il sorriso che si apre spontaneo quando il paz. capisce ciò che hai spiegato usando un linguaggio a lui consueto, forse non inappuntabile da un punto di vista scientifico ma semplice e comprensibile. Da ciò nasce la fiducia verso di te e le tue scelte professionali e si crea anche quel rapporto che porta il paz. ad aprirsi e a spaziare anche al di fuori dello specifico problema clinico. E’ vero, tutto ciò impegna del tempo, sempre scarso in ospedale o in ambulatorio, ma non è MAI tempo perso né da un punto di vista clinico-professionale né – soprattutto – da un punto di vista umano.

    GB forse non si è ancora reso conto che si è incamminato in un impervio e qualificante sentiero: quello dell’empatia (anche questa è una parola che deriva dal greco) . Che è l’unico che conduce al percorso importante, quello del vero DOTTORE.
    … e ricordiamo anche l’etimo di “dottore”: il verbo latino docere = insegnare, quindi il “dottore” è essenzialmente un insegnante di comportamenti, di salute, di vita.
    La cosa che mi sento di suggerire a GB e agli studenti che leggono qs note è che non perdano la strada.
    State attenti a non seguire i tanti cartelli indicatori confondenti, o almeno a riconoscerli.
    Auguri e .. tirem innanz
    Chiara Gallini

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  3. Bello...e terribile: non c'è modo di prepararsi a situazioni simili... finchè studiamo e basta si passa dalla noia all'esaltazione, perchè "un giorno indosserò quel famigerato camice e aiuterò le persone, salverò vite umane, ho una missione!"...e poi si arriva in un reparto: e si vedono quelle persone, e si scopre che spesso si è del tutto inadeguati, non si sa come gestire la sofferenza altrui, che cosa dire a una persona spaventata, come confortare senza illudere...e si sta zitti. Io sono al primo anno, ho fatto solo 3 settimane nel reparto di radioterapia...e una signora mi è scoppiata a piangere davanti agli occhi...come si fa, dove si impara come comportarsi di fronte al dolore di un perfetto sconosciuto? Forse da nessuna parte, forse col tempo, lo spero davvero, che sia solo una questione di crescita... grazie mille per il tuo post, Giovanni, cercherò di ricordarlo quando toccherà a me...

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  4. Molto bello,e un po' angosciante. Ho paura del momento in cui non dovrò soltanto gestire la mia paura di non essere all'altezza, ma sarò chiamata a gestire e lenire le preoccupazioni altrui. Grazie per questo post :)

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