Il mondo non basta

Il mondo non basta
"...Se non bastasse...se non bastasse ogni singola goccia di carburante esistente per portarti in ogni anfratto del nostro pianeta???...e se nemmeno bastassero dieci o cento vite per raggiungere ogni orizzonte???....Non lo so ancora, so solo che non basta il mondo intero per riempire un uomo..."

domenica 27 marzo 2011

I feed......in tasca!

Per tutti gli utenti Apple suggerisco una comoda e soprattutto gratuita "App" che potrebbe risultarvi molto utile. A meno che non la conosciate di già, vi sto parlando di "Mobile RSS". Questa è più o meno la sua icona. L'App vi consente di inserire il vostro account di google e avere google reader con tutti i relativi blog, commenti, post del prof praticamente....in tasca! Utile per non perdersi niente anche quando non si ha il tempo materiale di accendere il computer di casa e mettersi a sfogliare le migliaia di notifiche. Spero che risulti utile a qualcuno! Buona domenica a tutti. .....e studiate!

Giomba

giovedì 24 marzo 2011

Le difficoltà di viaggiare nel tempo: l'anamnesi.

"Anamnesi di un pensiero"
Come sempre accade quando c'è di mezzo un momento di felicità e spensieratezza per la fine della sessione d'esami, ritorna prepotentemente sulla scena l'immenso ingranaggio UNIFI che mai si ferma e mai si riposa, con il suo carico esorbitante di impegni. Guardo l'orario a fine febbraio. Aiutatemi a dire "aiuto". Non c'è scampo né di mattina né di pomeriggio: si comincia con le lezioni, se riesci a mangiare decentemente sei ufficialmente candidato per fare il fantastico 4, altre lezioni/dormite pomeridiane. "Attraverso quale razza di microscopio dovrò guardare questa volta?". Non era proprio il massimo della gioia ritrovarsi tutti al CEP come ai vecchi tempi del primo anno. Passano le prime ore. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Come per magia comincia una materia nuova: semeiotica. Vediamo un po' cosa fanno uscire dal cilindro. L'occhio era già calante, ma resisto. La materia tratta i "segni" (dal greco semèion) e i sintomi clinici. EUREKA!! Si intravede l'essere umano. Non ce l'ho con te cellula, ma la tua presunzione di perfezione e completezza stava cominciando a stancarmi. L'occhio sembra riprendersi dal suo assopimento, la testa non si appoggia più e l'orecchio non si perde una parola. Un successo! La materia mi affascina e la definisco subito nella mia testa come "la materia che andrebbe insegnata prima di tutte". Scherziamo? Faccio medicina e per due anni abbondanti esiste solo il carbonio! Finalmente, nell'escalation di "oggetti di studio" siamo arrivati al "paziente", anche se la pazienza è stata tutta nostra fino ad ora. Entra in gioco qualche termine. "Sintomo", "segno" sono tutte cose abbastanza intuitive. "Lei" invece fa la sua comparsa in maniera improvvisa ma si vede subito che non è un argomento come gli altri. Si presenta: "piacere, io sono l'Anamnesi". Faccio come al solito il classicista-nerd e cerco con l'Iphone l'etimologia: Anàmnesis in greco significa "ricordo". Il nome ha una musicalità che mi fa impazzire e in un paio di giorni l'argomento si esaurisce. Consiste in pratica in una serie di domande a cui il paziente risponde riguardo alla sua "storia fisica". Dalla nascita, all'allattamento fino al "che ci fa qui in ospedale?". Tutto facile. Sono le coordinate base dell'approccio medico-paziente. Io parlo, lui risponde. "Sei ore di lezione per dire questa roba? se ci fossi io alla cattedra ce ne metterei mezza" tipica frase da studente scorbutico anchilosato dal maledetto seggiolino. Mi ricredo alla svelta. L'atmosfera non è da tipica lezione "cellulare". Avverto che le informazioni che sto ricevendo sono di un livello superiore e il senso di responsabilità cresce dentro di me. Nel mio film mentale immagino tutti gli studenti in aula vestiti da soldati, il generale alla cattedra durante l'arringa finale e la guerra imminente. Ovviamente sono pazzo, lo so. Ma riflettete, sono cambiati i giochi. Il giocattolino su cui infierire non è più la solita "pallina microscopica stressata". Stavolta è l'uomo. Sobbalzo. Non ci avevo riflettuto da questa prospettiva. Finito il tempo delle arringhe, sopraggiunge prima o poi anche il tempo di agire: ora c'è "la missione". Quel poco che ci era stato comunicato dal docente/tenente doveva essere messo in pratica durante i turni del pomeriggio. Ecco il "giorno x". Saliamo a gruppetti nel reparto fieri dei nostri camici bianchi. Dopo un rapido discorso introduttivo, la dottoressa del reparto non è intenzionata a perdersi in chiacchiere, bisogna agire. Ci viene assegnato subito il compito: si raccoglie l'anamnesi. Entriamo in una stanza e ci attende una signora anziana alla quale chiediamo gentilmente il permesso di porle delle domande per esercitazione. I più intraprendenti cominciano a raffica, ben intenzionati a riempire le tabelle di dati riguardanti la signora. Io sono un soldato rinunciatario e mi sistemo in un angolo ad osservare. La signora viene invitata a parlare della propria famiglia, obbedisce e racconta. Inizia il racconto quasi sottovoce, tanto che la figura dei sordi la facciamo noi, lo sguardo cala verso il basso. Il racconto non è per niente felice e la signora si fa subito ermetica. Ci troviamo di fronte alla spietatezza della nostra lista di domande e l'entusiasmo dell'indossare il camice si tramuta subito in serietà. Forse soggezione. Si delinea un quadro familiare di predisposizione ad un tumore. In pochi anni le aveva portato via padre e fratello in giovane età lungo il corso della sua vita. "ma i miei figli non hanno niente eh! loro niente" esclama, "come se volesse proteggerli da questa sciagura" penso io, mentre annotavamo affaccendati quasi per distogliere gli occhi della mente da un'immagine terribile. Il racconto prosegue con la vita personale, ci parla delle difficoltà incontrate nell'arco della sua vita, della morte prematura del padre, della frattura di una gamba curata male e mai tornata come prima, di non aver potuto studiare, della morte di un figlio appena nato, della nascita di un altro figlio. Il medico passa al setaccio le informazioni clinicamente utili, ma il paziente continua a parlare, svuotando il proprio fardello, sempre più pieno, sempre più pesante. Incomincio a perdere l'orientamento. Di chi era la missione da compiere? Mia o sua? o di entrambi? L'anamnesi si conclude con le cause del ricovero: la signora afferma di avere avuto dolori intensi nella stessa sede anatomica predisposta all'insorgenza dei tumori familiari. Parla velocemente, scuote la testa, quasi a scacciare ogni possibile dubbio o insinuazione. La difficoltà delle sue risposte è impressionante. Fra di noi scende un silenzio mascherato da consultazione sull'avanzamento dell'intervista, ma quell'insinuazione non ci lascia riflettere. Dopo poco infatti lasciamo il campo. E' stata un po' dura. L'interesse e l'entusiasmo delle ore di lezione si sono scontrati con la realtà, quella imprevedibile, quella dove c'è di mezzo una dignità da difendere. La nostra missione non è mai esistita di per sé. La sua sì.




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